L'art. 269 c.c, nel disciplinare l'istituto della dichiarazione giudiziale di paternità e/o maternità naturale, così statuisce: "La paternità e la maternità naturale possono essere giudizialmente dichiarate, nei casi in cui il riconoscimento è ammesso. La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo…; la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all'epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità".

Il figlio, che non sia stato riconosciuto da uno o da entrambi i genitori, può agire quindi in giudizio affinché il Tribunale, con una sentenza, accerti chi sia il genitore e, di conseguenza, dichiari lo "status" di figlio. L'azione volta ad ottenere tale risultato si chiama "azione di dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale".

Tale azione consente al figlio non riconosciuto di ottenere lo status di figlio e, quindi, di godere dei medesimi diritti del figlio "legittimo", con conseguenze sia per il genitore, che assumerà tutti i doveri e diritti che un genitore ha nei confronti del figlio legittimo, sia per il figlio che, ad esempio, avrà tutti i diritti ereditari, di mantenimento etc..

La competenza sull'art.269 c.c., in base alla formulazione dell'art.38 disp.att. c.c., per effetto della legge n. 219 del 10.12.2012 è del Tribunale ordinario del luogo ove risiede il presunto genitore e, in caso di morte, i suoi eredi.

L'azione è peraltro imprescrittibile e questo significa che può essere promossa in qualunque momento e anche dopo anni dalla nascita, visto che la legge non pone alcun limite di tempo per agire in giudizio. La dichiarazione giudiziale di paternità (o maternità) può essere chiesta dal figlio maggiorenne oppure, in caso di minore età, dal genitore che esercita la responsabilità o dal tutore.

L'azione giudiziale di dichiarazione di paternità (o maternità) può essere iniziata anche dai discendenti del figlio naturale non riconosciuto che sia deceduto.

Se il figlio minorenne ha sedici anni, deve essere sentito dal Tribunale prima che l'azione sia promossa o proseguita.

In nessun caso è ammesso un riconoscimento in contrasto con lo stato di figlio legittimo o legittimato in cui la persona si trova.

Con sentenza n.50 del 10 febbraio 2006, la Corte Costituzionale  ha dichiarato l'incostituzionalità dell'art. 274 c.c., che subordinava l'esercizio dell'azione di riconoscimento giudiziale al previo esperimento di una procedura di ammissibilità, nel senso che l’azione di riconoscimento vera e propria non poteva essere esperita senza prima provare quanto meno il “fumus”, cioè l’esistenza  di indizi tali da far apparire giustificata l'azione (es: la relazione tra i due presunti genitori naturali).

Tale giudizio si svolgeva in camera di consiglio e soltanto dopo questo iter procedurale, che durava anni, l'interessato poteva procedere con l'azione vera e propria chiedendo di poter provare la paternità attraverso gli esami ematologici o sul DNA.

Ora il procedimento risulta più rapido: l'interessato può adire l’autorità giudiziaria e citare il presunto genitore naturale per vedersi riconosciuto lo status di figlio naturale, attraverso il ricorso all'esame sul DNA.

Con la legge n. 219/2012 (che ha equiparato i figli naturali ai figli legittimi) il riconoscimento produce effetti non solo verso i genitori ma, altresì, verso i parenti.
Quando il riconoscimento di un figlio naturale minorenne viene effettuato da una persona sposata, il giudice può decidere se affidare il minore al genitore adottando ogni misura volta a tutelare l’interesse del figlio.
Il figlio naturale non può, però, essere inserito nella casa coniugale se non vi è il consenso del coniuge (e dei figli legittimi del genitore che ha compiuto il riconoscimento e che abbiano più di sedici anni) e dell’altro genitore naturale che abbia effettuato il riconoscimento.
In quest’ultimo caso è sempre necessaria l’autorizzazione del giudice che stabilisce le condizioni a cui devono attenersi i genitori.
Se una persona si sposa dopo il riconoscimento, il figlio naturale, questi può essere inserito nella casa coniugale se già conviveva con il genitore o se l’altro coniuge ne conosceva l’esistenza e dà il consenso (è comunque necessario il consenso dell’altro genitore naturale).

 

 

Avv. Maria Garofalo, Milano.

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Cassazione: sull'assegno di divorzio - 11/07/2018

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